Recensione: Final Fantasy XII: The Zodiac Age

Qui è dove faccio una piccola confessione. Amo tantissimo la saga di Final Fantasy e ho perso innumerevoli ore con i suoi capitoli, ma Final Fantasy XII, quando era uscito originariamente nel 2006, non era riuscito a prendermi più di tanto.

C’erano tante cose che non mi soddisfacevano: mi sentivo un po’ turbato da quel cambio notevole del sistema di combattimento a cui i vari Final Fantasy ci avevano abituato fino a quel momento, il sistema di crescita dei personaggi era confusionario e permetteva un appiattimento generale degli stessi, l’esplorazione e le battaglie sembravano lente, ma veramente lente, mal digerivo Vann, il protagonista, ma soprattutto era uscito a ridosso della fine dell’era PS2 e con il passaggio forzato alla PS3 non mi sono posto il problema di tenere collegata la vecchia console per poter continuare a giocarci.

Così, sì, ho abbandonato Final Fantasy XII dopo poche decine di ore di gioco, arrivando sì e no a metà storia.

Ma parliamo invece di questo 2017, anno in cui Square Enix ha dato nuova linfa a Final Fantasy XII, facendolo evolvere in Final Fantasy 12: The Zodiac Age: una versione non solo totalmente rimasterizzata in HD, ma che si basa anche su un secondo edit del gioco finora precluso a noi clienti occidentali.

Così, questa ri-pubblicazione non si riduce a una mano di vernice fresca che sfrutta al meglio le potenzialità grafiche di PS4: no, è un cambio notevole ai fondamenti del gioco, con un diretto impatto sul gameplay. Un cambio che può allontanare chi ha già apprezzato e amato il gioco o avvicinare chi – come me – non lo aveva finito proprio per varie pecche nelle meccaniche.

Come dicevo prima, Final Fantasy XII aveva molte differenze rispetto a tutti gli altri giochi della serie che lo hanno preceduto, dalla struttura della trama fino alle fondamenta del suo gameplay, mettendo da parte incontri causali e battaglie a turni in favore di un sistema più aperto e (teoricamente) dinamico.

Il gioco è ambientato in Ivalice e, come ci insegnano i precedenti Vagrant Story e Final Fantasy Tactics, la minaccia in questo mondo non è data da un grande pericolo che può distruggere tutto, no: in questo setting la minaccia è tutta una questione di intrighi politici, pugnalate alle spalle. Così Final Fantasy XII ha una storyline fatta di pirati del cielo, di principesse in esilio, di guerrieri caduti in disgrazia, di un impero belligerante e di gruppo di ribelli belligeranti. Un mix di protagonisti che tentano di riprendersi dalla sconfitta e tentano il tutto per tutto per il loro riscatto, ma anche di cristalli magici e spiriti ultraterreni. Altrimenti, che Final Fantasy sarebbe?

Recensione: Final Fantasy XII: The Zodiac Age 4

Una delle cose che destò maggior scalpore nel 2006 fu il gambit system: una sorta di mini linguaggio di programmazione tutto basato su una serie di condizioni SE -> ALLORA che permette di configurare il comportamento dell’intelligenza artificiale che controlla gli altri membri del party. Un approccio innovativo e controverso per il tempo, che rendeva Final Fantasy XII capace di procedere con una sorta di auto-play, ma che oggi è invece più che accettato, anche solo considerando l’esempio di Final Fantasy XV.

La cosa però bella del gambit di FFXII (ieri come oggi) è che, pur perdendo il diretto controllo del personaggio, c’è sempre un controllo generale sulla strategia. Non solo bisogna trovare e sbloccare le diverse condizioni e azioni da utilizzare per la configurazione del sistema, ma soprattutto lavorare e studiare il gambit system, tanto che riuscire a scoprire la giusta combinazione per il proprio stile di gioco è una cosa che genera soddisfazione. Final Fantasy XII è uno di quei giochi che, con un gambit ben oliato, ti permette di distrarti qualche minuto, posare il controller e vedere la squadra che comunque riesce a tenere a bada i mostri, senza andare in game over. Scandalo? Non esattamente. Però.

Se il sistema di gambit è sostanzialmente rimasto uguale, The Zodiac Age decide invece di affiancare il job system introdotto in Final Fantasy XII: International Zodiac Job System, esclusivo per il mercato giapponese, rilasciato nel 2007. Un nuovo job system va a sostituire la license board originale, uguale (e confusionaria) per tutti i personaggi e che permetteva di appiattire l’esperienza di gioco creando personaggi identici con abilità identiche, con le stesse identiche potentissime armi. Ho già detto identiche?

Final Fantasy XII: The Zodiac Age - Job System

Al contrario, il job system di The Zodiac Age obbliga il giocatore a scegliere una specializzazione per ogni personaggio (o meglio, due: una all’inizio e una seconda una seconda proseguendo nel gioco), che limita lo stesso a una board con licenze specifiche: così si può impostare un percorso di sviluppo differente dagli altri e si è obbligati a lavorare per creare un party di gioco il più equilibrato possibile.

Se nella parte iniziale del titolo non si nota tanto la differenza (a parte il mio perdere ore per scegliere il job da assegnare a ogni personaggio, si intende), man mano che si avanza nella storia e si arrivano ad affrontare mostri più potenti, capaci di attacchi che alterano lo status, la job board e le scelte fatte diventano importantissime. Final Fantasy XII: The Zodiac Age non è più un gioco che si può affrontare tranquillamente a occhi chiusi. È necessario avere una strategia di azione, non basta più un gambit system al limite del perfezionismo. Bisogna differenziare i personaggi, specializzarli, gestire al meglio le singole situazioni. Bisogna stare svegli e vigili.

Ed è una bella cosa: perché è lo stesso gioco di 11 anni fa. Ma diverso. E, anziché procedere verso semplificazione e appiattimento del gameplay, cosa che sembra ormai pratica diffusa nel panorama videoludico odierno, si va nella direzione opposta.

Poi, sempre a livello di gameplay, c’è l’aggiunta dello Speed Mode che permette di raddoppiare o addirittura quadruplicare la velocità di gioco: dal movimento alle battaglie. Sembra quasi una soluzione veloce al problema della generale lentezza del gioco originale, delle sue aree piccole e delle tante interruzioni per caricamenti (dovute a limitazioni hardware della PS2). Però è una soluzione ottimale per le fasi di grinding, ora più che mai necessarie.

Recensione: Final Fantasy XII: The Zodiac Age 5

Dal punto di vista visivo, The Zodiac Age è qualcosa di pazzesco. Certo, c’è la base di partenza dell’edizione 2006: Square Enix è sempre stata brava a sfruttare ogni Mhz di potenza della console per ottenere dei risultati visivamente strabilianti, soprattutto sui giochi usciti a fine vita dell’hardware. È incredibile pensare a quelle aree di gioco e a tutti quei dettagli che già c’erano su PS2. E ora, su PS4, abbiamo modelli poligonali aggiornati, texture in HD, una visuale widescreen (e soprattutto, gli addominali dell’antipatico Vaan non sembrano più dipinti con lo spray). Con tutti aggiustamenti, la differenza tra la grafica real time del gioco e le sequenze CGI sono quasi appiattite. Da nostalgico, quasi mi manca. Alla fine, è sempre stato il marchio di fabbrica dei Final Fantasy, dalla loro apparizione su PlayStation, no?

Di pari passo al cambio di grafica, c’è anche una nuova versione della colonna sonora, totalmente ri-orchestrata. E se già i Final Fantasy classici ci avevano viziato dal punto di vista sonoro, qui siamo ai massimi livelli. Tra l’altro, è possibile cambiare e passare alla traccia originale per rendersi conto della differenza. E sì, c’è. Soprattutto quando ascoltata da un buon impianto audio o con le cuffie sparate a tutto volume.

Un’altra aggiunta della versione PS4 è la presenza dei trofei che ha portato però all’eliminazione del Covo dei Pirati che mostrava i progressi del gioco e li premiava con delle versioni in pixel art dei personaggi. Certo, era una cosa che un po’ stonava e si distaccava dal resto del mood del titolo, però spiace vedere la l’eliminazione di questa piccola caratteristica.

Recensione: Final Fantasy XII: The Zodiac Age 6

Ma a parte questa pecche, Final Fantasy XII: The Zodiac Age è riuscito a farmi innamorare di un capitolo che avevo inizialmente snobbato. Mi sta spingendo a continuare a giocare, provare differenti personalizzazioni dei personaggi, ed è tornato l’aspetto di tattica, un po’ debole nell’originale di 10 anni fa.
Lo considero un must buy: le modifiche al job system (e l’aggiunta dello speed mode) lo rendono perfetto sia per chi lo aveva già amato e ora può approcciarlo in una maniera differente, sia per chi non lo aveva apprezzato e ora si ritrova davanti agli occhi delle meccaniche nuove che eliminano la gran parte dei punti deboli del gioco.