Prey: la recensione

Quando ho visto il trailer di PREY per la prima volta all’E3 2016 ho avuto un leggero sussulto. FPS, alieni, una storia che cela chissà quale segreto, uno di quelli da decifrare ma scoprire lentamente, per prenderci sempre più gusto, Bethesda ad orchestrare il tutto. Sulla carta ci sono ore di divertimento.

Dopo circa una ventina d’ore di gioco non riesco ancora a capire se le mie impressioni iniziali sono state confermate e promosse. Le prime 5 hanno composto un’esasperante attesa che qualcosa accadesse, qualcosa di impattante, d’effetto, ma nella realtà è stata una lotta contro un sistema di shooting molto precario e poco preciso, e sinceramente morire più volte a difficoltà normale perché a disposizione si ha soltanto una chiave inglese mi ha stimolato alquanto il sistema nervoso.

Non so, forse sto solo invecchiando e mi aspetto che i videogiochi mi impressionino in modo differente, ma deciso a ingoiare il mio boccone amaro ho voluto proseguire e, come per i libri, un videogioco va portato a termine. E sì, vale la pena di continuare. Non solo perché mira e armamenti vari si sistemano grazie a un sistema di progressiva evoluzione del personaggio, classico di Bethesda Software, ma ti ritrovi a scoprirti immerso per ore dentro la stazione spaziale Talos I senza nemmeno ricordarti quale fosse la tua missione principale.

Questa è una precisa scelta di Arkane Studios che ci spinge a sfruttare l’ambiente circostante in maniera metodica e maniacale, che in pochi titoli ho visto sfruttato in siffatta maniera. Creare un medikit o un potenziamento in modo “artigianale” sfruttando oggetti e materiale raccolto non è così frequente, non oggi almeno.

Ma

partiamo dal principio. Prey non è un franchise nuovo di pacca, è uscito già oltre una decina d’anni fa e si è sempre vociferato di un seguito, al secolo Prey 2, mai approdato definitivamente. Il progetto che vi ritroverete tra le mani è tabula rasa col passato, una nuova partenza affidata alle sapiente mani di uno studio che ci ha regalato Dishonored 2, tanto per intenderci.

Impersoniamo Morgan Yu, ci alziamo una bella mattina soleggiata in un appartamento a 15 anni da oggi. Tutto sembra incastonato in una quotidianità futuristica che costituisce la fantasia di molti di noi, fatta di intelligenze artificiali e tecnologia al nostro servizio. Ma Morgan scopre ben presto di aver vissuto in una finzione fino a quel momento, fatta di esperimenti e menzogne. Scopriamo di essere nella stazione Talos I e ci troviamo ben presto di fronte alla razza aliena Typhon, interessata alla tecnologia sviluppata all’interno della stazione chiamata Neuromod, e a loro volta presente su Talos I perché oggetto di ricerca da parte degli umani, la stessa in grado di potenziare molte delle facoltà del nostro Morgan: dal riuscire a guarire in tempi più brevi a scassinare, dal trasportare pesi abnormi a costruire e riparare.

Abilità che però finiranno con il farci confondere la stessa natura umana con quella aliena, dove la modifica del proprio corpo e cervello (tematica più che mai attuale), coadiuvata dalla tecnologia, sembrano privare Morgan della sua umanità. In realtà il protagonista conosce molto della sua esistenza, ma continue amnesie non gli permettono di ricordare dove si trova e perché. L’intelligenza artificiale January cercherà di portare alla luce la verità per noi. Le prime ore mi sono risultate così soffocanti perché mi è parso di essere più dentro Dead Space e a un Survival Horror dell’altro mondo, piuttosto che dentro un FPS, circondato da forme aliene che avevano sembianze più simili a delle muffe nerissime, caratterizzate da movimenti incontrollabili.

Il gioco propone una colonna sonora futuristica (qui su Spotify) e molto adatta ai momenti di tensione, di solitudine, di quel silenzio che accompagna tutto il corso dell’avventura all’interno di Talos I. Certo se poi volete correre un po’, c’è spazio anche per chi il titolo l’ha portato a completamento in meno di 20 minuti …

In definitiva la prova di forza di questa software house dopo il recente acclamato Dishonored 2, è a dir poco magistrale.

Riesce a portare sui nostri schermi un’avventura in prima persona, più che uno shooter. Benché il titolo offra un’ampia varietà di armi, non è affrontandolo come Doom che arriveremo alla soluzione. Non va meglio per chi intende utilizzare un approccio stealth, per avanzeremo come vorremmo (e non come il gioco vuole per noi).

Prey ci impone di ragionare su come usare le risorse a nostra disposizione, come se vivessimo in una perpetua scena di McGyver proiettata a 60 anni di distanza nel futuro rispetto alla sua messa in onda. La commistione di tanti mezzi diversi presi ad ispirazione, quali romani e film tipici della fantascienza moderna, arricchiscono il titolo di citazioni più o meno colte e ricercate. E come spesso accade a produzioni di questo genere, vi consiglio di arrivare fino in fondo, senza spegnere il televisore quando si arriva ai titoli di coda, perché ne vale la pena.

Prey mi ha portato a un bivio, incanalandomi in qualcosa da affrontare con velocità, in grado di prendermi immediatamente, quando sento di avere l’estrema necessità di riappropriarmi delle ore necessarie per scoprire ogni peculiarità nascosta, anche nel potere di poter utilizzare un alimento e produrre un kit per guarire il protagonista, combinando fili rotti e un macchinario specifico all’interno del titolo.

Prey ha necessità di essere trattato con estrema calma, per poterlo gustare e apprezzare in ogni sua sfaccettatura, come un libro da leggere sì tutto d’un fiato, ma del quale ricorderemo ogni singola parola.