ReCore: sabbia, sassi, noia.

Un po’ manga, un po’ (del tutto) platform, ReCore è un titolo dal sapore vintage, se così posso definirlo, con sporadici tentativi di mantenere alta l’attenzione del giocatore, focalizzandosi su costruzioni e modifiche del proprio arsenale (aiutanti compresi) e specializzazione nel colpo con evasione per evitare di intaccare una preziosa vita (molto più preziosa lo diventa quando si affrontano nemici particolarmente ostici). ReCore è un piccolo nuovo mondo con punti a favore e pecche, butto giù qualche appunto sparso.

ReCore:

ReCore: benvenuti su Far Eden

Che poi benvenuti un po’ un corno. Una tempesta di sabbia ti circonda, ti risvegli su quello che dovrebbe essere un pianeta in grado di ospitare ciò che rimane dell’umanità dopo un duro colpo sferrato da una infezione letale (già visto, già sentito, prima o poi finiremo sul serio così, a furia di costruirci castelli sopra, nda). La protagonista della nostra storia si ritrova su un mezzo di trasporto alquanto anomalo (e mal ridotto dopo un impatto), con un simpatico cane (?) pronto a farle da spalla in qualsiasi occasione. Un banco da lavoro, un’arma per potersi difendere (da chi lo si scoprirà presto) e un risveglio inaspettato dopo la sua criogenia che sarebbe dovuta durare 200 anni, giusto il tempo necessario a trasformare Far Eden in un posto migliore, cosa non proprio accaduta.

Chi è quindi Joule Adams? Una giovane ragazza, sa prendersi cura di se stessa, scopre a malincuore che quella criogenia non è servita a nulla, che quei robot dall’avanzata intelligenza –spediti su Far Eden per costruire abitazioni adatte all’uomo– sono diventati ostili. Non c’è video di introduzione, c’è azione, azione immediata a colpi di fucile (fucile d’energia, il piombo è cosa superata) contro quei robot che vorrebbero non vederla più, e che si scopriranno molto più male-intenzionati in seguito, con l’andare avanti della storia, quando ci si renderà conto che quell’avanzata intelligenza li porta a immaginare un mondo privo da forme di vita umane. Mack, il cane robot che accompagna Joule, sembra essere l’unico a non provare alcuna ostilità verso di lei e verso la razza umana, sempre pronto ad aiutarla quando una difficoltà si porrà prima dell’obiettivo finale (di ciascuna missione, ma anche della trama intera), un compagno fedele e affidabile così come qualsiasi cane lo è per l’uomo, anche a costo della vita. Tu, con le mani di Joule, potrai ricambiare il favore cercando di apporre modifiche e miglioramenti al suo esoscheletro e alle sue prestazioni, per renderlo sempre più forte e incline alla battaglia per la difesa della sua padrona.

Sabbia e sassi

Non c’è null’altro, certo escludendo le rovine presenti su Far Eden. Un panorama che non si è faticati certo a realizzare, non c’è dubbio, e che alla lunga finirà per stancare il giocatore (si sopportano a fatica alcune missioni che prevedono una estenuante ricerca di ciò che serve, sotto la sabbia). Nemici, alcuni particolarmente ostili, cercheranno di attaccarti con ogni arma a loro disposizione, sporadicamente anche più forti della tua (che potrai comunque migliorare con il tempo, fortunatamente), ai quali dovrai fare l’abitudine ma soprattutto attraverso i quali farai accrescere l’esperienza di gioco per cercare di reagire nel più breve tempo possibile, subendo il minor numero di danni (fidati: morire e ricominciare è un’opzione assai seccante, anche a causa di tempi di caricamento medio-lunghi). Le combinazioni di colori ti aiuteranno, ti permetteranno di reagire ottenendo più punti ferita e riducendo molto i tempi di sconfitta del nemico, le scoprirai andando avanti con la storia principale. Lo scopo è sempre quello: abbattere il nemico con un colpo fatale, possibilmente portando a casa il suo nucleo di energia, prima di terminarlo completamente.

Potrai metterti alla prova in un open-world ricco, ma in alcuni casi (soggettivamente parlando) troppo limitato nei movimenti e con qualche errore che lo rende più semplice (o più difficile, dipende dal momento e dall’occasione) da affrontare, seppur sempre godibile e con quelle carte coperte che riveleranno (con la mediamente corretta calma) nuovi bot amici, utilizzabili per migliorare l’esperienza generale del gioco, per viaggiare più rapidamente, per spaccare rocce altrimenti inaffrontabili e altro ancora.

Di ReCore ho amato quel sapore più retro e quell’aspetto umano sottolineato dal rapporto tra lei e il suo fidato compagno, ho apprezzato le tecniche di combattimento multiple che coinvolgono entrambi i protagonisti, pur però considerandole ripetitive dopo poco, nonostante le combinazioni di colori e la continua necessità di difendersi e attaccare spesso contemporaneamente.

Odio e Amore

Ho sorriso quando ho fallito alcune combinazioni di salto doppio e trasporto oltre un ostacolo, inizialmente ostiche ma poi possedute come pacchetto di abilità date per scontato, mi hanno riportato alla mente altri titoli, appartenenti ad un passato di gioco che mai mi annoierà (dato che non l’ha fatto fino a oggi), dettagli che però non hanno cambiato il giudizio finale di un gioco che –con tutta la buona volontà– sembra avere ancora la necessità di una ritoccatina prima di poter essere dichiarato valido sotto ogni aspetto, non ho affatto sorriso durante i crash che mi hanno costretto a ricominciare dal checkpoint due o tre volte, soprattutto visti i tempi di caricamento e no, non credo proprio la colpa sia della mia console, perché questo problema l’ho notato solo con ReCore.

Ultima nota positiva per risollevare un attimo le sorti di un gioco che ho acquistato di mia sponte in occasione della scorsa Games Week: il doppiaggio è completamente in italiano, puoi ascoltare tutto in cuffia mentre non smetti di giocare. Talvolta ciò non accade con giochi in lingua originale, soprattutto durante le fasi più concitate, quando proprio non puoi permetterti di dare un’occhiata ai sottotitoli quando ti è sfuggita l’ultima frase detta, magari fondamentale per proseguire nel titolo di gioco.

Il destino però è quello già citato spesso nelle righe precedenti: una noia dopo alcune ore di gioco, è questo ciò che resta in testa, e il boccone più amaro è quello dell’esclusiva Xbox One mancata, come se ce ne fossero chissà quante nel corso dell’anno per potersi permettere un passo falso. Peccato.