Mafia III: la recensione

Descrivere Mafia III può essere semplicissimo, scadendo nel banale e nel già visto, così come molto complesso sconfinando in tematiche più alte e nobili. Provo a trattarlo così come l’ho giocato con le impressioni scaturite durante queste paio di settimane di gioco.

Questo titolo porta un’eredità pesante sulle spalle. Parlare di mafia non è mai facile, ma credo sia un atto doveroso dei nostri tempi per tenere alta la guardia e per far scattare quell’effetto catartico che questo tipo di videogiochi porta con sé. Dopo 6 anni dall’uscita del secondo capitolo, a cui sono molto legato così come al capostipite della serie, le basi su cui poggia il plot di Mafia 3 sono simili al suo predecessore.

Meglio, è molto simile alla trama delle trame mafiose, quella che fa da sfondo al Padrino, così come è stato per Mafia 2. C’è un militare di ritorno da una guerra, in una situazione che non è più quella che ha lasciato prima di partire e si vede costretto, per vendetta o per DNA, a schierarsi dalla parte della criminalità organizzata.

Mafia III, sin dall’inizio, trasmette il suo intento di essere un frammento documentaristico dei tardi anni ’60, dove le problematiche razziali, di integrazione tra differenti culture e la forte presenza sudista e razzista la fanno da padrone. Il nostro alter ego è Lincon Clay, un ragazzo di colore appena tornato dal Vietnam. Sono gli anni in cui camminare nel quartiere sbagliato fa voltare le persone, le stesse che nel contempo ti urleranno contro un “Go away nigga” senza troppi problemi, epoca in cui –tra l’altro– non si trova lavoro neanche per errore.

New Bordeaux, nome di una cittadina di fantasia sotto le cui mentite spoglie si nasconde invece New Orleans, ci accoglie come un olio su tela raffinato, in grado di riprodurre fedelmente i tanti stili che caratterizzano la città della Louisiana. Dai cottage creoli ai quartieri in stile francese è facile rivivere l’unicità di una metropoli del sud degli Stati Uniti, illuminata da una colonna sonora impossibile da sbagliare, visti gli anni di fiorente produzione rock.

Allora perché non arrangiarsi, in una città del genere, stare alla larga dai casini e magari concentrarsi solo su un unico colpo? Magari quello della vita. Ci si sistema per sempre che poi si sa, i soldi comprano la felicità. Un colpo ad una banca federale che vada tutto liscio è però pressoché impossibile da vedere nella realtà, men che meno se di mezzo ci sono loschi figuri della mafia italiana.

Ci rimediamo un bel colpo in testa, all’apparenza mortale, ma altro non sarà che la nostra occasione di riscatto. Tutte quelle cut-scene costruite ad arte per narrare le vicende da prospettive diverse sono servite per farci rendere conto del merdoso periodo in cui siamo capitati, dove violenza e corruzione sono all’ordine del giorno. Noi siamo l’underdog, chiamato non a contrastarle, ma a dominarle, farle proprie anche grazie al lavoro svolto da Hangar 13, in grado di produrre non solo un magnifico e realistico open world, ma di rendere omaggio a una ricostruzione storica di cui troppo spesso ci si dimentica.

Oppressione e discriminazione

Tuttavia il profondo contrasto di Mafia 3 risiede proprio qui. L’operazione rimembranza storica cozza palesemente con i nostri comportamenti, un ragazzo di colore che non si fa scrupoli a investire suoi simili, oppure capace di risolvere situazioni solo con pistola alla mano, o mettendo a tacere rivali a suon di coltellate piantate nel cuore. Ammirevole lo sforzo, ma di un contrasto troppo elevato per un gioco di questa portata e intenzioni.

L’obiettivo principale della nostra riconquista, non solo dell’onore perduto, ma anche della fama e del controllo della città, passa inevitabilmente da un processo fatto di piccoli passi. Dobbiamo farci prima degli amici, il vendicatore solitario non è una figura ben accetta in caso di faide. Perché non iniziare proprio da quegli haitiani e tutte le loro stranezze?

Partiamo dalla riconquista dei vari distretti della città, impadronendoci delle attività criminali di altri boss e da cui iniziare a generare profitti. Tutti i racket di cui decidiamo di impadronirci necessitano di essere messi sotto-sopra prima di poterli considerare nostri, per poi affidarli a fidi collaboratori. Il modello, va detto, inizia a stare stretto dopo 10 ore di gioco troppo somiglianti tra di loro in termini di meccanica di acquisizione di interrogatori e intimidazioni, ma soprattutto di omicidi atti a riprendere il controllo su questo o quel determinato business. C’è da dire che se sulle prime, quando sconfiniamo in territorio nemico, non si avrà vita facile (dall’inseguimento della polizia all’allerta di sentinelle nemiche), la cosa andrà scemando nel momento in cui controlleremo sempre più territori. La corruzione della Polizia ci garantirà inseguimenti e fastidi sempre più ridotti.

Interessante l’introduzione di moltissime armi letali dell’epoca di guerra vietnamita, facilmente accessibili in qualsiasi punto della mappa, anche sotto attacco nemico, attraverso un piccolo furgone pronto a intervenire in nostro soccorso e farcene acquistare in quantità.

Questo sandbox in terza persona, mi sento di dire, non aggiunge molte novità rimarcabili di genere, nulla da inserire negli almanacchi procedurali per ricordarne una determinante caratteristica, così come non ha dalla sua la varietà delle situazioni. La struttura è basata sulla ripetitività, e ogni territorio è costituito da un paio di attività illecite da rivoltare come un calzino, come già detto. Sono invece interessanti le side quest, ce ne sono davvero un’infinità, e aumentano le ore spese sul gioco a oltre 40. La varietà di situazioni però non è, anche in questo caso, sopperita dalla stessa varietà in cui ci viene richiesta di affrontarle. Si uccide, si interroga, si insegue. Torna da capo e ripeti il tutto.

L’ulteriore tallone d’Achille che ho riscontrato in fase di gioco, è costituito sicuramente dalle reazioni poco accurate dell’intelligenza artificiale. Ho notato come alcune situazioni hanno rasentato l’imbarazzante nel momento in cui alcuni nemici non sono stati in grado di vedermi uccidere un loro compare a pochi metri da loro, nonostante fossi in piena luce del giorno e sicuramente all’interno del loro campo visivo (oltre che nella linea di tiro). Nonostante ciò, la stessa reagisce bene in termini di dialoghi e nelle situazioni di allerta, scatenandoci addosso il maggior numero di forze disponibili nel momento in cui ci rendiamo avvicinabili e vulnerabili.

Mafia III sicuramente eccelle per la magnifica trama e il sapiente uso delle cut-scene in grado di immergerci in un racconto degno de Gli Intoccabili. Di più, sta riscuotendo da più parti il favore della critica per essere riuscito ad inscenare con così tanta cura ed attenzione il problema della discriminazione razziale di quel periodo buio degli Stati Uniti.

Tuttavia, nonostante la fluidità fissa a 30 frame per secondo nella versione giocata su Xbox One, davvero poco infestata dai fastidiosi glitch della versione PC, è inevitabile constatare come alla lunga il titolo possa risultare un po’ troppo ripetitivo nelle sue meccaniche di gioco, non aggiungendo nulla di caratterizzante e caratteristico rispetto ai diretti competitor di genere.

Detto ciò è un capitolo della saga che va sicuramente giocato e magari affrontato con la dovuta calma per evitare l’effetto noia, ma che grazie a qualche piccolo trucco dettato dall’esperienza e l’esplorazione di una spettacolare città, saprà garantire molte ore di divertimento per gli appassionati del genere.